21 aprile 2011

I cassetti di Scarpaleggera

Da: Repubblica.it
Pdl all'attacco della Costituzione
"Il Parlamento è sovrano assoluto"
Il partito del premier deposita una proposta di legge per riformare l'articolo 1 della Costituzione ribadendo "la centralità del parlamento nel sistema istituzionale della Repubblica".

Da: Il Secolo XIX.it
Proposta Pdl: via la norma che vieta il fascismo
Roma - Abolire la XII norma transitoria e finale della Costituzione che vieta «la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto Partito Fascista»: è quanto chiede un disegno di legge costituzionale depositato al Senato da cinque senatori del Pdl e uno di Futuro e Libertà.

Da: La Stampa.it
Scilipoti copia il manifesto fascista
Nel "programma" dei responsabili intere frasi riprese dal testo redatto
da Giovanni Gentile nel 1925

Da: La Stampa.it
"Troppi libri di storia di sinistra"
Pdl chiede commissione d'inchiesta

Da: The Guardian
Mussolini wasn't that bad, says Berlusconi
"Mussolini never killed anyone," the magazine quoted him saying.
In an interview published yesterday by the Spectator, Italy's prime minister appeared to defend the actions of his country's fascist dictator, Benito Mussolini.
"Mussolini sent people on holiday to confine them."


Mi piace uscire presto la mattina per le strade di San Lorenzo, quando il frastuono del traffico non soffoca ancora i suoni del giorno che nasce, così mi godo i canti dei merli che nidificano nelle siepi dei giardini, l'odore di terra bagnata dalla rugiada, lo sferragliare della serranda del bar che anticipa il profumo del mio caffè mattutino. L'aroma fragrante di cornetti appena sfornati mi trascina al forno del signor Pierino, che conosco da una vita e con il quale mi piace sempre scambiare due chiacchiere, ma solo poche battute, perché capisco come lui sia ansioso di andare a dormire dopo una notte di lavoro. E poi mi dirigo dritto dritto verso l'odore di inchiostro dei giornali appena stampati, l'edicola della signora Gabriella, dalla voce dolce e gentile.
Anche con lei mi piace chiacchierare del più e del meno, mentre passa in rassegna tutti i titoli dei giornali. La signora Gabriella è vedova ormai da parecchi anni, e talvolta mi sembra di trovare nel tono della sua voce una nota di malinconica solitudine, la stessa nota che odo a volte in me stesso. Confesso di avere in almeno un paio di occasioni fantasticato di poter un giorno parlare con lei di qualcosa di diverso dalle solite storie stampate, accompagnato dal suo delicato profumo alla lavanda, ma il senso di caldo rossore che aveva prontamente pervaso le mie guance mi era bastato per salutarla frettolosamente ed uscire, con il giornale infilato nella tasca della giacca, per cercare di camuffare il colore seduto sulla panchina della piazza con lo sguardo rivolto verso il sole del mattino. Rimango lì per una buona mezz'ora, poi, appena in tempo, prima che la città impazzisca, me ne ritorno a casa a passo svelto, percorrendo strade, incroci, marciapiedi che oramai conosco meglio delle mie tasche.
Il giornale non è per me, è per il sor Mariano, il portiere. Lui non può uscire a quell'ora per andarselo a comprare, così io gli faccio il favore di procurarglielo e lui lo legge ad alta voce, mentre io sto seduto accanto a lui in guardiola, sulla vecchia sedia impagliata.
-Grazie assai, don Vincè! Voi siete squisito, come al solito!-
Mi piace, il sor Mariano. E' una persona umile, ma di una cortesia antica. Mi chiama don Vincenzo, come si usa dalle sue parti, e qualche volta anche professore, in ricordo dei miei trascorsi di insegnante di Musica, ma mai Scarpaleggera, come fanno in molti qui nel quartiere.

Scarpaleggera! In realtà il soprannome non mi dispiace molto, in fondo devo quel soprannome al mio passo cauto, ma anche veloce e silenzioso, spesso causa di spavento per i miei alunni che non mi udivano arrivare in classe, andatura che, gradualmente, avevo acquisito da quando ero diventato cieco.
No, il soprannome non mi crea disagio e nemmeno l'oscurità nella quale vivo oramai da più di sessant'anni ed alla quale sono abituato. I colori me li ricordo ancora bene, e anche le forme, immortalati con i miei occhi di bambino curioso e innamorato della vita, spensierato come poteva esserlo un ragazzino cresciuto durante la guerra nel quartiere di San Lorenzo. Quindi mi basta un suono, un rumore od un profumo per ritrovarne l'origine impressa nella mia mente, come se i miei occhi frugassero in un vecchio archivio di fotografie.
Odori di meloni maturi, di pasta e fagioli, di lenzuola appena lavate e stese al sole. E poi i rumori, di noi ragazzi che giocavamo per le strade polverose, dei treni merci che stridendo trovavano la loro strada lungo gli scambi dello scalo ferroviario, delle rondini che garrendo si rincorrevano fra i vicoli e le case.
-Allora, professò, vediamo un po' cosa ci raccontano oggi-, inizia Mariano, inforcando gli spessi occhiali da lettura riparati alla meglio col nastro adesivo.
-Condannati 12 lavoratori Eutelia che avevano occupato la fabbrica.-
-Ah si,- commento - sono quelli che avevano occupato perché i vertici della società l'avevano spogliata di tutti i crediti, procurando bancarotta fraudolenta, non pagando gli stipendi, portando i soldi in Svizzera e scappandosene a Dubai. E adesso sono loro a dover pagare?"-


-Pare proprio di sì. Cornuti e mazziati, dicimme dalle nostre parti. Poi ce n'è un'altra:
Ministro Romani, referendum sul nucleare superato. Rinvio a dopo chiarimento UE sulla sicurezza-.
-Paolo Romani, è l'uomo di Mediaset nel governo, quello che prima ha ritirato i finanziamenti per la banda larga e che ultimamente si é inventato quel decreto contro le energie rinnovabili e il fotovoltaico.-
-Professo', ma voi tenete una memoria straordinaria, meglio di Pico della Mirandola!-
-Non esageriamo, Mariano, è che ho una memoria a cassetti, basta tenerli in ordine.-


-Vediamo cosa mi dite di questa notizia:"Proposta PDL al Senato per l'abolizione della XII Disposizione Transitoria". Ma che cosa è 'sta dodicesima disposizzione, professo'?... Don Vincè, don Vincenzo!? Professore!! Ma che tenite, non vi sentite 'bbuono?-
-Sto bene, Marià, sto bene... è che non mi aspettavo che saremmo arrivati a questo punto, è che mi si sono aperti dei cassetti che erano rimasti chiusi da anni e che speravo di non dover riaprire più.-

I miei cassetti nascosti! Foto in bianco e nero impresse nella mia memoria e che ritornano alla luce. Immagini di squadre fasciste che marciano per il rione, la spedizione punitiva della squadraccia di Italo Balbo, 500 squadristi che uccidono 13 abitanti del quartiere per punirlo di aver attaccato una colonna fascista. E la polizia politica che periodicamente veniva ad arrestare mio padre, antifascista dichiarato. E poi i rastrellamenti, le perquisizioni nelle case alla ricerca della tipografia clandestina dove di nascosto si stampava l'Unità, ben nota a tutti gli abitanti del quartiere, ma mai tradita. Ed infine il bombardamento, le urla di mia madre, la polvere, il crollo della nostra casa, e dopo soltanto il buio, che da allora mi fa compagnia.
-Vedi Mariano, la disposizione XII è quella parte della nostra Costituzione che vieta la ricostruzione del partito nazionale fascista e punisce l'apologia del fascismo. E oggi stanno cercando di farlo risorgere, piano piano, senza dare nell'occhio. Vogliono riscrivere i libri di scuola, vogliono modificare nella Costituzione quelle parti che sono per loro scomode, si scrivono i loro programmi scopiazzandoli da quelli del fascismo, i ministri salutano con il braccio teso, dichiarano che Mussolini mandava la gente in vacanza e non al confino, minacciano marce di milioni di simpatizzanti su Roma se il Presidente non indice le elezioni, descrivono il Parlamento come un'assemblea inutile e pletorica, considerano la stampa, i sindacati e la magistratura come nemici da combattere. Marià, io speravo di morire senza dover rivivere più quegli anni della mia infanzia, ma oggi sta succedendo qualcosa, lo sento. Questi individi che di tanto in tanto se ne escono con proposte di modifiche cosituzionali, non sono degli esibizionisti sprovveduti, sono degli esploratori, sono mandati in avanscoperta per saggiare il terreno, per vedere fin dove ci si può spingere senza provocare una reazione popolare. E ogni volta si spingono un po' più in là, e ogni volta il livello di sopportazione del popolo sale, come la storia della rana nell'acqua calda. Oggi la gente pensa soltanto a se stessa, a salire con i piedi sul prossimo, i lavoratori non hanno più diritti, la crisi economica ci dilania, ai giovani stanno rubando il futuro, il popolo é distratto da mille problemi e loro alzano la temperatura dell' acqua sempre di più, sempre di più.
Mariano, é tutto come allora, tutto di nuovo come allora
.-

-Professò, con tutto il rispetto, a voi la gente vi chiama Scarpaliggiera, ma la vulite sapé 'na cosa? La verità, don Vincè, é che viviamo in un paese di ciechi, e che l'unico che ci vede benissimo siete proprio voi!-

22 marzo 2011

Amor patrio

Da: Repubblica.it
Inno di Mameli alla Regione Lombardia
i consiglieri leghisti vanno alla buvette

Nuovo schiaffo della Lega ai 150 anni dall'Unità d'Italia. A pochi giorni dall'arrivo in Lombardia del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, la delegazione del Carroccio ha disertato, come aveva minacciato, l'esecuzione dell'inno nazionale prima del consiglio regionale lombardo.
...


...
il vice di Roberto Formigoni, il leghista Andrea Gibelli e gli altri leghisti, tra cui il figlio di Umberto Bossi, Renzo, preferivano bere tranquillamente un cappuccino con brioche alla buvette della Regione. Tanto da rimanere fuori anche durante il minuto di silenzio per le vittime del terremoto in Giappone.

Un operaio
Sono Futoshi Toba, ho 59 anni. Non avrei mai pensato di dover un giorno raccontare la mia insignificante storia, ma non posso fare a meno di lasciare queste mie parole a disposizione di chi vorrà trarne un insegnamento.
Per quarant'anni ho cercato di servire con onore il mio Paese, ultimamente lavorando alla centrale atomica di Fukushima, fin quando Madre Terra, lo scorso 11 Marzo, non ha punito duramente il nostro orgoglio.
Sapevo bene cosa stava succedendo alle centrali e sapevo anche che mancavano solo tre mesi alla mia pensione, ma improvvisamente ho realizzato che non sapevo più cosa ne avrei fatto di tutto il tempo che avrei avuto a disposizione. Il notiziario ha sconsigliato la popolazione di celebrare lo hanami, troppo pericoloso rimanere all'aperto a contemplare i nostri sakura, anche perché probabilmente essi non fioriranno quest'anno, e forse nemmeno i prossimi. Improvvisamente mi sono visto passare i miei giorni futuri a piangere la mia terra martoriata, a veder morire i miei amici uccisi da un nemico invisibile, a rimpiangere la consolazione di una famiglia che non ho mai avuto. No, non erano questi i miei piani per la mia vecchiaia. Io volevo solo un orto da coltivare, buona verdura da far crescere e regalare ai vicini, ed ora neanche questo potrò più fare. Chi mai accetterà i miei ortaggi, contaminati dalla nostra superbia?
Così, quando il nostro direttore ci ha riuniti ed ha chiesto con le lacrime agli occhi chi di noi conoscesse meglio il reattore numero 4, perché era assolutamente necessario entrare e intervenire al più presto, mi sono fatto avanti. I miei compagni erano così giovani! Loro potranno tentare una nuova vita altrove e potranno pregare il mio Paese di riflettere se questa sia la strada giusta per assicurarci un futuro, mentre io dovevo assolutamente restituire un senso alla mia vita e onore al mio Paese, o a quello che ne restava.

A proposito, non avevo mai visto prima il reattore numero 4.

Un fruttivendolo
Per grazia di Allah il Misericordioso, il mio nome é Mohamed Bouazizi, e sono nato 26 anni fa in una piccola cittadina al centro della Tunisia. Mio padre è morto presto, troppo presto, così dall'età di 10 anni sono dovuto diventare io il principale sostentamento della mia famiglia. Ho anche studiato, sapete, sono arrivato molto vicino a diplomarmi, ma poi ho capito che non era il caso di farsi molte illusioni, meglio puntare su mia sorella più giovane.
Così ho lasciato perdere i miei studi e mi sono impegnato ancora di più nel lavoro che facevo da ragazzino, vendere frutta e verdura col mio carrettino in giro per le strade della mia città. Ho sempre lavorato onestamente e non mi sono mai lamentato, nemmeno quando, e questo avveniva regolarmente sin da bambino, la polizia mi sequestrava la merce dicendo che non avevo la licenza. Io sapevo bene che nessuna legge lo vietava, e che mi perseguitavano solo per estorcermi soldi e divertirsi ale mie spalle, così accettavo le loro persecuzioni come una prova mandatami da Allah il Generoso e continuavo con il mio lavoro, con la speranza, prima o poi, di comprarmi un furgoncino.
Quel giorno mi ero indebitato per acquistare la frutta da rivendere per le vie della città, e quando quella poliziotta mi ha fermato, mi ha sequestrato tutto, ha rovesciato il mio carretto, ha insultato la memoria di mio padre e infine mi ha schiaffeggiato davanti a tutti, qualcosa si è lacerato dentro di me. Sapevo che nessuno mi avrebbe difeso, sapevo che urlare non sarebbe servito a niente. Improvvisamente non avevo più speranze, non riconoscevo più la mia terra, non avrei avuto più il coraggio di guardare mia madre negli occhi. Così ho preso il barattolo di diluente che avevo in casa, mi sono recato nella piazza principale e me lo sono versato addosso.
Dicono ora che le fiamme che hanno divorato le mie carni hanno innescato il fuoco della rivoluzione nel mio Paese, dicono che sono un nuovo Jan Palach, un martire.

In nome di Allah il Testimone, io volevo solo comprarmi un furgone.

Un ragazzo senza nome
Questa é la nostra rivoluzione! Abbiamo deciso noi stessi, in prima persona, di dire basta ad un regime che ci ripeteva cosa essere, cosa volere, quale dovesse essere il nostro futuro. Abbiamo voluto dire basta ad una finta repubblica che si perpetuava da quaranta anni con finte elezioni ed un unico candidato. Questa è la rivoluzione di noi giovani, una rivoluzione senza nome. Ce la siamo costruita, l'abbiamo organizzata da soli, con Internet, per inseguire un sogno, quello di scoprire cosa sia mai questa democrazia della quale abbiamo tanto sentito parlare sulla Rete. Probabilmente scopriremo che non fa per noi, scopriremo che quello che gli occidentali credono essere democrazia non è nient'altro che una ruota da criceti da far girare per tutta la vita, al servizio dei poteri economici, ma anche se fosse così, noi vogliamo scoprirlo da soli. Ci siamo preparati per mesi, iniziando con dei post sui blog e aggregandoci pian piano, come granelli di sabbia, finché ci siamo trasformati in tempesta, prendendoli di sorpresa. D'altra parte, come poteva un regime guidato da un ottantatreenne capire qualcosa di Twitter, di bloggers, di democrazia nella Rete? Così, con loro stupore, ci siamo ritrovati in centomila in piazza Tahrir e quando hanno capito che facevamo sul serio, sono entrati nel panico, hanno cercato di oscurare Internet, di portarci via il nostro tam-tam, ma così hanno firmato la loro fine, perché il popolo ha capito che il regime era confuso, che diventava sempre più debole, che aveva paura e allora la piazza si è riempita di oltre un milione di persone e l'esercito non ci ha attaccato, perché non sapeva come fare.
Solo la polizia, la polizia e la guardia presidenziale, ci hanno affrontato, ma cosa potevano ottenere, oramai? Noi eravamo il nuovo, il giusto, noi eravamo ormai padroni del nostro futuro. Cosa potevano fare? Così, quando li ho visti entrare nel mio quartiere, sono sceso in strada e li ho affrontati, con la forza dei miei vent'anni, del mio coraggio e della mia disperazione. Era la mia rivoluzione, era il mio momento, era l'occasione per restituire al mio Paese la sua dignità e costruire per tutti un futuro diverso, fatto di giustizia e modernità nel rispetto della nostra cultura millenaria.
Quei poveri giovani in divisa, così giovani e così vecchi, non hanno saputo far altro che spararmi al petto, sperando di fermarmi.

Non sapevano che un ragazzo senza nome non può morire.

28 febbraio 2011

Una kampina nel cielo



Quando una canzone vale più di mille parole...

19 febbraio 2011

Il momento della vergogna


Da: Corriere.it
Roma: incendio in campo rom,
quattro bambini morti
Avevano tra i 4 e gli 11 anni, tre maschi e una femmina. Alemanno: «Tragedia colpa della burocrazia»


Da: newnotizie.it
“Rom Raus” e “Rom -4″:
scritte antisemite e svastiche a Roma
All'idiozia umana non c'è limite, men che meno alla vergogna.
Così, a pochi giorni di distanza dal rogo in cui hanno perso la vita quattro bimbi Rom, a Roma è il momento della vergogna.


Tor Bella Monaca, quartiere popolare alla periferia Est di Roma, ore 13:35

Il perentorio ronzio del citofono arrivò improvvisamente fino alla cucina, facendosi strada tra il profumo di ragù appena cucinato.
Come sempre, Nannarella corse a rispondere con un misto di sollievo ed impazienza.
-Si, chi è?-
-Carabinieri, aprite!-
esclamò Barbarella, cercando di dare un tono maschile e perentorio alla sua voce, per quello che le permetteva la sua età.
-Vi sbagliate, qui non c'è nessuno e non apro a nessuno!- rispose Anna sorridendo fra sé, assecondando il gioco che si ripeteva simile tutti i giorni, al ritorno da scuola. Cambiava soltanto l' oggetto dello scherzo: oggi i Carabinieri, ieri Berlusconi, prima ancora Topo Gigio...
-Ma mamma, sono io!- incalzò Barbarella, facendo finta di credere che sua madre avesse veramente creduto allo scherzo.
E così, come sempre, il portone si aprì con uno scatto e Barbarella corse su per le scale verso casa.
- Ciao mà!- salutò Barbarella, liberandosi dello zaino colmo di libri e quaderni lanciandolo sul divano del soggiorno.
Anna rimaneva sempre sorpresa da quel gesto atletico, non riuscendo a capire da dove una bambina così minuta riuscisse a tirar fuori tanta energia.
- Ciao Barbarè, hai fame? Come é andata oggi a scuola?-
- Benissimo, e ciò 'na fame che me magnerei 'na noce de cocco co' tutta la scorza, pure perché oggi nun ho magnato a ricreazzione.-
- Come sarebbe che non hai mangiato! Ma non ti sei comprata la solita pizza dal fornaio, stamattina?-
- Sì che l'ho comprata!-
- E allora, perché non l'hai mangiata?-
- Vedi mà, er fatto è che oggi, in classe, sò arivati dù compagni novi, n'artri dù alunni.-
- E allora?-
- Sò troppo simpatici, a mà. So' fratello e sorella, se chiameno Patrizia e Sebastiano, e so' 'n sacco divertenti. Penza che appena che la maestra l'ha fatti sedé ar banco, pé prima cosa se sò levati le scarpe, perché glie daveno fastidio, dicevano.-
- Si, ma...-
- E allora se semo messi tutti a ride e loro rideveno co' noi. Ma la maestra è stata comprensiva e nun l'ha sgridati, anzi , s'è messa a ride pure lei. E poi la sorellina era così carina, ciaveva du' treccette co' du' fiocchetti fatti col nastrino rosso e un vestitino co' la gonna lunga, de velluto. Ma me sà che nun so' proprio italiani, perché cianno un accento strano. Comunque se chiameno Patrizia e Sebastiano, e so' simpatici 'na cifra.-
- Sì, ma la pizza?-
- E poi a ricreazzione semo annati tutti in cortile a giocà e io ho giocato co' loro. A mà, ma lo sai che sanno un sacco de giochi che io nun conoscevo? Avemo pure fatto 'na specie de nascondino, solo che uno invece de accecasse e contà fino a cinquanta, deve corre a raccoglie un barattolo che quarcun'altro ha calciato con tutta la forza che cià. Così più lontano hai mannato er barattolo, più tempo ciai pe' nasconnete. Noi l'avemo fatto co' un barattolo vuoto de pommidoro che avemo trovato drento ar bidone della monnezza.-
- Lo conosco, Barbarè, lo facevo pure io, ma la pizza?-
- La pizza glie l'ho data a loro, perché quanno che l'ho scartata pé magnammela, me guardaveno co' du' occhi! Però poi loro m'hanno regalato ste du' pallette. Guarda mà, sò du' pallette da golf! Dicheno che loro, da un po' de tempo, dopo che er sindaco l'ha mannati via dal campo del Casilino 'ndò staveno prima, abbitano dentro 'na casa de legno vicino al circolo dell'Acquasanta, dove ce stanno li campi da golf, quelli dove vanno a divertisse li ricconi, e siccome che nella rete de recinzione dei campi ce sta un buco, allora loro riescheno a infilasse e a raccoglie quarche palletta che se perde in mezzo all'erba. Però deveno da stà attenti, perché ce so li garzoni che, se li vedono, glie corono appresso. Ma loro sò più veloci!-
- Ho capito...-
disse Anna, -...sono dei Rom. -
- Nun lo so se so' della Roma-
, continuò Barbara - però semo diventati amici lo stesso! Senti mà, io domani glie vorrei regalà quella bamboletta coi capelli rossi e il cappellino, e pure Minni col vestito rosa. Tanto io nun ce gioco più. E poi, siccome cianno pure du' fratellini più piccoli, glie porto pure quarche peluche dé quelli vecchi. Che dici mà, glieli posso regalà? Eh? Posso, ma? Posso?-
- Certo che puoi, Barbaré... e poi senti, domani mattina ti dò un po' più di soldi, così quando passi dal fornaio compri la pizza pure per loro, capito?-
- Ho capito mà, grazie!! E' pronto da magnà?-

Il giorno seguente, Barbarella tornava da scuola verso casa, lentamente, rasentando il muro, con la bambolina in braccio e Minni che sporgeva dallo zaino stracolmo. Sua madre, stavolta, la aspettava in strada, con gli occhi rossi e il cuore gonfio di pena da quando il notiziario del mattino l'aveva schiaffeggiata con quella notizia.
- Ciao Barbarè...-
- Ciao mà. Lo sai che Patrizia e Sebastiano oggi nun so' venuti a scola? La maestra ha detto che se sò trasferiti, però era strana, perché mentre lo diceva piagneva. E poi perché se so' trasferiti dopo er primo giorno de scola? E perché la maestra nun ha voluto che nessuno se sedesse ar banco loro? E poi cià messo sopra li fiori. Ma che nun era meglio se glie li dava ieri, li fiori? Oggi come fanno a pijasseli, se so' partiti? E poi perché nun me l'hanno detto ieri, che partivano?-
- Non lo so...-
mentì Anna frenando il pianto che stava per prendere il sopravvento.
- A mà, ma mò come faccio a daje le bambole? Che nun glie se possono manda' pé posta?-

Anna abbracciò stretta stretta la bambina e, incamminandosi verso casa mano nella mano, mormorò:
- Ci penso io, Barbaré, gliele porto io le bamboline, gliele porto io ...-





9 gennaio 2011

53 colpi di frusta


Da: Corriere della Sera

«Abiti indecenti», frustata in pubblico

Il filmato girato a Khartoum e postato in Rete dagli attivisti ha suscitato numerose polemiche

Cinquanta frustate in pubblico come punizione per aver indossato «abiti indecenti». Una minigonna secondo alcuni, un paio di pantaloni, sostengono altri. Il tutto ripreso da una telecamera e poi postato su YouTube. In Sudan ha scatenato numerose polemiche il video fatto circolare in Rete da alcuni attivisti locali. Il filmato è stato girato nel luglio del 2009, probabilmente di nascosto e secondo Al Jazeera è stato diffuso il 10 dicembre scorso in occasione della giornata mondiale dei Diritti umani.





Assunta uscì lentamente dalla chiesa, salutando come d'abitudine una ad una tutte le anziane signore che, come lei, provavano un senso di pace e di sollievo nel ritrovarsi tutte le sere in chiesa per la messa del vespro. Uscì sul sagrato e solo allora si tolse il velo dal capo, come le avevano insegnato a fare fin da piccola. "In chiesa ricordati di portare sempre il velo sulla testa...", le raccomandava sua nonna, "...altrimenti fai peccato. L'ha detto San Paolo!".
In verità, Assunta non aveva mai capito perché le donne dovessero portare il velo, mentre agli uomini, anche quelli affetti da una calvizie vanamente dissimulata da un ridicolo riporto, ciò non fosse richiesto né imposto, ma in fondo il velo non aveva mai rappresentato per lei un problema, anche perché, da giovane, esso le permetteva di nascondere i suoi sguardi fuggenti verso Gavino, uno dei ragazzi che seguiva la messa dalla fila di banchi sul lato opposto della chiesa. Non era possibile, ai suoi tempi, che uomini e donne sedessero in chiesa sugli stessi banchi, così il lato sinistro della navata centrale era riservata ai banchi degli uomini e quello destro ai banchi delle donne. Certo, era avvenuto un grando progresso da quando l' intera navata era riservata agli uomini, mentre le donne dovevano sistemarsi in disparte sui matronei. Ma quelli erano altri tempi, ora le cose erano cambiate, il prete non dava più la schiena ai fedeli e finalmente le famiglie potevano sedere insieme, anche se Assunta non riusciva a fare a meno di occupare il solito posto vicino al muro destro, con sopra il capo il velo di merletto nero che sua nonna le aveva regalato il giorno della sua prima comunione.

Poi Assunta aveva sposato Gavino, che le aveva dato tre bei figli maschi. Sebbene le risultasse difficile comprendere come Gavino si potesse vantare con gli amici dei tre maschi che aveva regalato alla moglie, quando era stata lei a partorirli, a lei bastava che suo marito fosse felice e orgoglioso della propria famiglia. La sua famiglia era stata tutto per lei, per essa aveva rinunciato a qualunque velleità, lo studio, il lavoro, anche perché Gavino diceva che le donne dovevano restare in casa, a badare ai figli, ed ora che i suoi figli erano lontani, chi per lavoro chi perché nel frattempo si era a sua volta sposato, si sentiva un pò sola.
Gavino era stato un buon marito, lavoratore, dedito alla famiglia, ma l'aveva lasciata quasi quindici anni prima. Non per un'altra donna, per carità, anche se Assunta aveva sempre avuto il sospetto che qualche scappatella se la fosse concessa, di tanto in tanto. In fondo era sempre stato esuberante, Gavino, e una valvola di sfogo sarebbe stata naturale, anche perché lei non si era mai ritenuta molto affascinante, anzi, alquanto mediocre, e aveva spesso pensato che essersi sposata fosse stato per lei una fortuna. Così aveva sempre evitato di rimuginare troppo su quei sospetti, come le aveva raccomandato, per esperienza, di fare sua madre.
No, Gavino l'aveva lasciata a causa di un infarto che un bel giorno se l'era portato via. Ma perché, ogni volta che raccontava della morte di suo marito, diceva sempre "un bel giorno se n'è andato"? Non era stato mica un bel giorno, tutt'altro. Poi il tempo fece scivolar via anche i dolori più forti, lasciando soltanto una traccia di cupa malinconia, che non ti lascia mai, è vero, ma che comunque ti lascia sopravvivere.

Quella sera si ritrovava un'anziana signora, dal passo lento e dai capelli bianchi, che rientrava a casa dopo la messa e che, come tutte le sere, accendeva la televisione in cucina per cercare un pò di compagnia mentre scaldava la sua solita tazza di caffelatte sul fornello piccolo della stufa a gas. Il notiziario snocciolava il solito rosario di notizie che ormai Assunta nemmeno ascoltava più, tanto uguali si ripetevano ogni volta, ma quella sera qualcosa attirò la sua attenzione. Un video, sicuramente proveniente da qualche regione africana, nel quale si vedeva la scena di una ragazza presa a frustate in mezzo ad una folla di uomini. Il commentatore parlava di una punizione per aver indossato un paio di pantaloni od una gonna "indecente".
Assunta rimase lì, a guardare quelle immagini, mentre le urla e le implorazioni della ragazza le toglievano il respiro. Quella notte la passò a rigirarsi nella sua metà del letto matrimoniale, mentre le ritornavano in mente tanti episodi del suo passato, alcuni di quando era ancora una bambina, altri di quando era una ragazza, altri successivi al suo matrimonio. Umiliazioni sopite o volutamente ignorate, brandelli di passato che inaspettatamente le tornavano agli occhi, l'uno dopo l'altro, come fotogrammi di vita osservati dal finestrino di un treno in corsa, come frustate che le laceravano la carne.

Si alzò presto, quella mattina, in tempo per recarsi alla messa dell'Aurora dell'ora di Prima. Il parroco era un tradizionalista, ed aveva voluto conservare quella messa, nonostante il Concilio. Era appena terminato il canto di ingresso e il sacerdote si accingeva a pronunciare il rito di introduzione, quando Assunta si alzò dal suo banco e, per la prima volta nella sua vita, si tolse il velo dai capelli. I pochi anziani presenti avevano lo stesso sguardo stupito del parroco mentre la osservavano avvicinarsi all' altare.
"Deus ti salvet, Maria", mormorò Assunta adagiando con cura il bel velo di merletto di sua nonna sul capo della statua della Madonna. Quindi si voltò, e con il suo passo lento e a capo finalmente scoperto, uscì nel luminoso freddo del mattino.

1 dicembre 2010

Vincenzo Scatolari, wikileaker dé noantri


Da: la Repubblica

Frattini: "Catturate e interrogate Assange".

ROMA - In attesa di vedere la reale portata della prossima bufera, anche a 48 ore dalla prima le cancellerie di mezzo mondo hanno ribadito parole di condanna per la scelta di divulgare materiale riservato. Nel coro di accuse spicca però l’appello del ministro degli Esteri italiano Franco Frattini affinché Assange venga "catturato e interrogato per capire che gioco fa e per capire chi c'è dietro".



Da: La Presidenza del Consiglio dei Ministri

"Dichiarazione Universale dei Diritti Umani".

Articolo 19 - Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.




Me chiamo Vincenzo, Vincenzo Scatolari, e so' nato a Roma.

L'anno preciso nun me lo ricordo, nun l'ho mai saputo, però me ricordo che a Roma già c'era papa Innocenzo decimoprimo, un fijo dé nobbili che veniva dar Nord Italia. Er popolo lo chiamava "papa minga" cioè "papa no", nun solo perché parlava coll'accento milanese, ma perché era un papa moralista al massimo, che penzava solo a negà tutti li piaceri della vita: ar popolo, ovviamente. Così la prima cosa che fece fu de chiude li teatri de Roma, perché l'unica musica che se se doveva sentì, seconno lui, era quella sacra, la sua, sinnò gnente!

A li tempi mia, nun era mica così facile fà er giornalista, anzi, manco esisteveno li giornali! Certo, la stampa c'era già. Dicevano che l'aveva inventata un tedesco du' secoli prima e che la prima cosa che aveva stampato era stata la Bibbia, tanto pe' mette le mani avanti e leccà er culo ar papa de' quer tempo. E da quer giorno, daje giù a stampa' bibbie, vangeli, editti de li re, leggi, proclami, ordinanze, condanne a morte da appiccica' in su li muri, ma mai un foglio che parlasse de quello che succedeva veramente, de li scandali de corte, de l'amanti de li papi, de la fame de la ggente, de le guere proclamate pe' 'na ripicca fra li re, gnente, manco 'na virgola!

Così, un bel giorno, me venne l'idea e me misi a scrive in su delli fogli de carta che me regalava un chierichetto amico mio, che se li fregava dalla scrivania der vescovo, e scrivevo tutto quello che sentivo in giro. E scrivevo de li miracoli che faceva zì prete nella parrocchia dé Santa Margherita, dove tutte le mogli sterili se recavano a chiede la grazzia, e dopo nove mesi, per miracolo, nasceva un pupo. Opuramente de un certo Galileo de' li Galilei, uno de Pisa, 'no studioso che diceva che nun era er Sole che girava intorno a la Tera, ma er contrario. E siccome li preti nun poteveno permette che quarcuno mettesse in discusione er libbro de la Genesi, cioè er pane loro, glie dissero: "O ammetti pubblicamente dé essete sbagliato, oppure te tagliamo la capoccia".
Così Galileo, che era scienziato, ma nun era coglione, preferì fà la figura dello sparacazzate in cima alla scalinata de' Trinità de' Monti.

E poi scrivevo de li re de la Francia e de la Spagna, che se faceveno guera pe' decide chi doveva da commannà in Italia, e criticavo er motto che girava fra la gente e che diceva: " o Franza o Spagna, purché se magna!"
E 'sti fogli me li annavo a vende fora dalle chiese, e la gente me li comprava. Chi me dava 'n ovo, chi un baiocco, chi 'na foglietta de vino; la maggior parte se li faceva pure leggere, perché a quei tempi a scola ciannavano solo li ricchi e li seminaristi. E l'affari annavano pure bene, fino a quanno nun me venne in mente la disgrazziata idea dé raccontà li fatti delle Pasque Piemontesi.

Era successo che al Nord, in Piemonte, una parte della gente più povera aveva inizziato a seguì le parole de un certo Pietro Valdo, un francese de Lione, il quale nel XII secolo aveva 'ncominciato a parlà de castità, de dové seguì le parole der Vangelo, che li preti dovevano donà tutte le loro ricchezze a li poveri. 'Na specie de San Francesco ante-litteram. Capirai! Prima che 'na mosca scureggiasse, furono accusati de eresia, de mistificazzione, de predicà parole de distruzzione de massa, e così li Gesuiti, inzieme alla Propaganda della Fede, che ereno li servizzi segreti de' quer tempo, se misero de punta pe' convince li duchi de' Savoia che doveveno sbarazzasse de' quei contadini puzzolenti, che mettevano in discusione li precetti der Papa.
E infatti Carlo Emanuele Giacinto Filiberto di Simiana marchese di Pianezza, il quale, a dispetto der nome altisonante, era er fijo de la figlia nata illeggittima de Emanuele Filiberto, pé fasse vedé che nun era da meno der nonno, fece 'na stragge dé Valdesi nella valle di Rorà.
'Ste cose io le scrissi, e le andai a distribbuì davanti a le chiese. Tempo tre giorni, e er bargello me venne de notte a bussà a la porta accompagnato da quattro gendarmi, e me portorno a Castel Sant'Angelo, co' l' accusa che avevo violato l'illibbatezza de dù suore dé clausura ultraottantenni. Er processo nun me lo fecero mai. Prima me interrogarono pé sapé se me pagavano li francesi o li spagnoli. Poi me rosolarono a foco lento, come le ciummache sulla brace, che quanno senteno che glie coce er culo cominceno a cantà la canzone de frà Dolcino. Infine, quarche anno dopo, er papa milanese decise che era abbastanza, e me concesse de avé tagliata la capoccia.

Faceva caldo, ancora me lo ricordo, era il 2 d'Agosto der 1685. La gente sotto al palco me diceva li mejo morti, me strillava "A fijo dé 'na mignotta!", che era pure vero, perché mì padre nun l'ho mica mai conosciuto. Me tiravano addosso le cocce sporpate de li cocommeri che avevano comprato dar cocommeraro vicino ar Teatro Marcello. E io penzavo, fra me e me: "Ma chi cazzo me l' ha fatto fà!" Poi, però, m'é venuta come 'na visione: che un giorno quarcuno, seguendo l'orme mie, avrebbe detto: "Mò li sputtano a tutti, 'sti farsi ipocriti!" e che nessun papa, nessun gesuita da du' sordi, glie avrebbe potuto dì gnente, perché la gente l'avrebbe difeso.

E subbito dopo, me tagliorno la capoccia...e bonanotte ar secchio!

30 novembre 2010

La settima luna di Mario

Da: l'Unità

Si è suicidato Mario Monicelli
l'ultimo gigante del cinema italiano


ROMA - La notizia è arrivata ieri sera verso le 22, ed era la notizia che non avremmo mai voluto sentire, anche se lo scorrere inesorabile del tempo la rendeva sempre più probabile. Mario Monicelli ha detto basta. A 95 anni, e con il cervello sempre lucidissimo, al punto che ci eravamo ormai illusi che fosse immortale.




La Commare Secca avrebbe potuto coglierti come Abacuc, con i tuoi amici intorno a consolarti, a prometterti cieli sereni, pagnotte, canti di angeli, ma non eri il tipo.

Tu te ne sei andato come Brancaleone, lottando contro la Morte che ti stava negando la dignità, decidendo tu come e quando dire basta.

Ora ti faranno i funerali, parteciperanno tante personalità, ma a me piace pensare che tu preferiresti che venissero Peppe er Pantera, Ferribotte, Capannelle, Mario, Tiberio, Dante Cruciani, e tanti ragazzini, così, tanto pe' falli svaga' un po'.