25 aprile 2018

Lagrimas negras


Anche se tu mi hai lasciato nell'abbandono,
anche se tu hai ucciso tutte le mie illusioni,
invece di maledirti con il giusto rancore,
nei miei sogni ti colmo,
nei miei sogni ti colmo di benedizioni.
Soffro l'immensa pena del tuo smarrimento,
sento il profondo dolore della tua partenza
e piango senza che tu sappia
che il mio pianto ha lacrime nere,
ha lacrime nere come la mia vita.
Tu mi vuoi lasciare,
Io non me ne voglio andare,
con te me ne vado nero mio
anche se mi costi la vida.
Non voglio più piangere,
Non voglio più soffrire,
con te me ne vado nero mio
anche se mi costi la vita.

28 novembre 2017

L' aggiustatutto

Tor Bella Monaca, quartiere popolare alla periferia Est di Roma, ore 17:30

- Allora, famme vede'. La fontana de farina e burro l'hai fatta, in mezzo c'hai messo l'ova e la scorza de limone grattugiato, giusto. Er sale ce l'hai messo... e lo zucchero?-
- Ce l'ho messo ma', ce l'ho messo...- rispose Barbarella, con il tono che i figli hanno verso i genitori quando iniziano a considerarli un po' rincoglioniti.
- Questa è la ricetta de nonna, aricordatelo.- continuò Anna, -Bisogna seguilla alla lettera, sinnò invece de n'opera d'arte viene fori 'na schifezza. E adesso daje, impasta tutto, ma sbrigate, che nun se deve scaldà troppo e, appena che è impastata, facce 'na palla, involtala nella pellicola e mettila nel frigo!-
-Si, ma quanto ce deve sta' in frigo?-, chiese Barbarella mentre svelta svelta impastava tutti gli ingredienti sulla spianatoia di legno.
Anna non fece in tempo a rispondere, perché Enrico irruppe in cucina con l'energia e l'entusiasmo dei suoi ventidue anni.
-A ma', ndo' sta la camicia mia bianca, quella tutta pieghettata, ché nell'armadio nun la trovo?- 
-La devo stirà, Righe'-
-Come sarebbe che la devi stira'? A me me serve stasera, devo uscì co' Mariella, lo sai che ce tiene a vedemme co' la camicia che m'ha regalato lei!-
E già, gli anni erano passati, Righetto era cresciuto e si era fidanzato con Mariella, mentre Barbarella..., Barbarella era diventata uno splendore di ragazza, ambita da tutti i ragazzi del quartiere, orgogliosa e indipendente. L'uno all'università, l'altra in procinto di diplomarsi.
-A Righé, che te posso fa'? Er fèro da stiro s'è rotto 'na settimana fa e tu' padre ancora nun me l'aggiusta. Guarda che montagna de panni da stirà che ciò nella cesta!-
-Ma che... ancora sta chiuso là dentro?- Domando' Righetto indicando la porta dello sgabuzzino.
Anna non rispose, distolse lo sguardo, prese la palla di pasta frolla per la crostata della nonna e la mise in frigorifero.
Lo sgabuzzino era un vano di circa tre metri quadrati, un ripostiglio, per l'appunto, dove Romolo aveva attrezzato una delle pareti a laboratorio: solo una delle pareti, perché le altre servivano agli usi domestici. Ciononostante, e nemmeno lui sapeva come vi fosse riuscito, c'era di tutto: l'angolo meccanico, con la morsa e la mola per affilare, il banco di lavoro e l'angolo elettrico con il saldatore, la  cassettiera componenti e il tester. E poi i giraviti, le chiavi aperte e a stella, le pinze a becco dritto e curvo, tronchesine e matassine di filo elettrico bene allineate e appese sul muro tramite appositi gancetti. Più in alto, un oscilloscopio (perché i televisori si rompono sempre, non sono più quelli di una volta), un alimentatore a due uscite variabili, un generatore di segnali. Ancora più in alto, su uno scaffale a 30 cm dal soffitto, gli attrezzi "pesanti", quelli da muratore, che si usano meno spesso. Martello, chiodi, scalpello e mazzetta, cofana, cucchiara (cazzuola, n.d.r.), male e peggio, cucchiarotto, sacchetti di gesso, di calce e di cemento, pennelli di diverse misure, cartavetrata, barattoli di vernice di vario colore. Romolo ci passava un sacco di tempo lì dentro, gli piaceva, accendeva la radiolina e si metteva aggiustare di tutto. Non solo quello che si rompeva in casa, ma anche quello che spesso gli portavano i vicini. "Chi non sa usare le mani, non sa usare la testa", gli diceva suo padre, e lui aveva imparato sin da piccolo ad aggiustarsi i giocattoli, la bicicletta, i pattini, le scarpe, a ricucire il pallone di cuoio, ad imbiancare le pareti di casa. Quello era il suo posto preferito, dove lasciava al di fuori tutti i problemi del mondo, la politica, il lavoro, i soldi che non bastavano mai. Chiuso lì dentro, l'unico legame con l'esterno era il suo "Monet personale", il suo dipinto dinamico, come lo aveva chiamato, una piccola finestrella 30x40 dalla quale poteva vedere uno scorcio dei monti Sabini con i colori variabili a seconda della stagione o del tempo. A volte, nelle chiare giornate d'inverno, il suo quadro si completava anche con i picchi innevati del Gran Sasso sullo sfondo. Gli piaceva passare il suo tempo libero lì dentro, ma ora che di tempo libero ne aveva a iosa, non si divertiva più come prima.
-Papà?-, chiamò Righetto socchiudendo la porta dello sgabuzzino.
-Ciao Righe'-, ribatté Romolo senza distogliere lo sgrado dal suo dipinto dinamico.
-Papà, mamma vorebbe sapé... cioè, veramente sarei io che vorei sapé... inzomma, se mamma nun cià er fèro da stiro nun me pò stirà la camicia e senza camicia io faccio 'na figuraccia co' Mariella!-
-Me dispiace,- ribatté Romolo, -ma io che te posso fa?-
-E' che er fèro da stiro ce l'hai tu, pe' aggiustallo, da più de 'na settimana!-
-E cià pure le scarpe mie, quelle da ballo, che glie deve rifà li tacchi!-, esclamò Barbarella, che era rimasta fuori della porta ad origliare.
Romolo gettò lo sguardo nella cassa con su scritto"DA AGGIUSTARE", colma di roba: le scarpe di Barbarella e il ferro da stiro, la radiolina di nonna Aldina, una teiera con il manico da reincollare, un'abatjour, il controller di una Playstation, l'orologio a cucù della portiera e due fotografie strappate a metà che sovrastavano tutte le altre cose: una di Romolo e di suo fratello, al mare sulla spiaggia, tanti anni prima, due ragazzini sorridenti, e l'altra di pochi anni addietro, foto ricordo insieme a tutti i suoi colleghi e amici di lavoro.
-E' vero, er fèro da stiro, glie l'avevo promesso a tu' madre...-, mormorò Romolo.
-E quanno glie l'aggiusti?-, insistette Enrico
-Quando...?-, mormorò Romolo, -Non lo so, non so se sono più capace...-
-Papà...- continuò Righetto avvicinandosi alla cassa e prendendo le due foto lacerate dalla cassa.
-Papà, tu devi da reagì! Lo so che ciai avuto du' bòtte da atterrà un toro, ma la vita deve da continuà!-
-Sei l'aggiustatutto!- sussurrò Barbarella attraverso la porta socchiusa, come un suggeritore dalla buca di un teatro.
-Giusto!-, continuò Righetto, -Te ricordi come te chiamava zio Franco? L'aggiustatutto, te chiamava, perché sapevi aggiustà tutto quello che se rompeva: la lavatrice, lo scarico der cesso, er carburatore della machina, lo stereo...Te ricordi quanno che nonno entrò in salotto biascicando bestemmie incomprensibili perché glie s'era rotta la dentiera, e tu glie l'hai aggiustata col Sintolit, quello pe' rincollà le lastre de marmo?-
-E' vero, ero l'aggiustatutto- ribatté Romolo, massaggiandosi la fronte, -ma in realtà adesso ho capito che ci sono cose che non si aggiustano.-
-Come sarebbe a dì?- domandò Righetto
-Nun sò più capace, perché se ero capace de aggiustà tutto, nun perdevo er posto de lavoro. E soprattutto, se ero veramente capace de aggiustà tutto, potevo pure aggiustà la salute de tu zio, e invece gnente, sò rimasto come un fregnone.-
-E questo che vor dì?- esclamò Righetto, -Nun è dipeso da te, nun ciai potuto fà gnente, nessuno ce poteva fà gnente. Ste cose nun se pònno aggiustà così, ce vole er tempo ... e ce vole n'aiuto...- proseguì Righetto, avvicinandosi al banco di lavoro di suo padre ed esaminando penserioso i giraviti appesi al muro.
-Senti papà-, continuò Enrico, dopo aver riflettuto qualche secondo, -me spieghi pure a me come se fà ad aggiustà le cose? Per esempio, pe' aprì er fèro da stiro e cambià la resistenza, che giravite devo usà? Sai com'è fatta Mariella, un giorno me potrebbe servì pure a me de sape' come se aggiustano le cose!-
Romolo guardò suo figlio dritto negli occhi. Era proprio diventato un uomo, conservando però quello sguardo intenso che aveva sempre avuto, sin da bambino, sin da quel giorno sulla fettuccia di Terracina. Così capì che era arrivato il momento.
-Prima sfila il disco del termostato, poi stacca er manico col giravite a stella, quello grosso, e poi svita i dadi colla chiave der dieci, quella aperta. La resistenza sta là sotto...-,
rispose alzandosi in piedi e cedendo a Righetto la sua seggiola, con vista sul paesaggio dinamico.



11 ottobre 2017

Mastro Titta passa Ponte

Anagnina: Licenziati da una mail,
in piazza i lavoratori della Ericsson

Viengheno: attenti: la funzione è llesta.
Ecco cor collo iggnudo e ttrittichente
er prim’omo dell’opera, er pazziente,
l’asso a ccoppe, er ziggnore de la festa.

Il fiume scorreva lento e silenzioso sotto i bastioni di Borgo quella calda notte di luglio. Lungo le corsie asfaltate del Lungotevere sfrecciavano le auto e le moto degli ultimi reduci della movida notturna, ed i lampioni dei muraglioni illuminavano nugoli di falene impazzite.
Di innamorati abbracciati sotto i platani no, non se ne vedevano più da tempo: è una società frenetica, la nostra, non c'è più tempo per certe cose. Giambattista, invece, quella notte se l'era presa comoda.

Era uscito tardi dal suo posto di lavoro in via Anagnina, perché tardi aveva dovuto iniziare il compito che gli avevano assegnato. Così, quando ebbe finito, non se la sentì di tornare subito a casa. Scese dalla metropolitana a piazza di Spagna e se ne andò a piedi fino a quell'osteria del vicolo della Campanella, vicino a dove era la casa di tolleranza immortalata da De Sica in "Ladri di biciclette".
Rimase seduto a quel tavolino all'aperto fino a quando l'oste non iniziò a ramazzare la strada di fronte all'osteria, segno inequivocabile che era ora di togliere il disturbo. Così, barcollando e caracollando, Giambattista arrivò di fronte a Castel Sant'Angelo, e imboccò il ponte.

I dieci angeli di marmo che costeggiavano i due lati del ponte sembravano guardarlo severi, così come gli pareva che lo osservassero le teste mozzate di tutti quei condannati a morte che secoli prima era uso infilzare su pali per esporle sul ponte come monito per la popolazione.
Allora accelerò il passo, attraversò il ponte a testa bassa e costeggiò il Passetto di Borgo, "er Corridore", quella specie di passaggio/cunicolo ricavato sopra le Mura Vaticane, che collega il Vaticano con la fortezza di Castel Sant'Angelo e grazie al quale papa Clemente VII si salvò il culo durante l'invasione dei Lanzichenecchi. Si sa anche che il popolo romano non ebbe la stessa fortuna, ma questa è un'altra storia.

Comunque, quella notte Giambattista ringraziò il Passetto, seguendo il quale, nonostante la mente annebbiata dal vino, riuscì a ritrovare il posto dove abitava, in vicolo del Campanile, al civico 2, un vecchio palazzetto dei primi del Cinquecento dove aveva preso in affitto un monolocale ristrutturato di recente. Quel luogo, seppure carico di storia, gli aveva sempre generato un senso di inquietudine, ma Giambattista lo aveva attribuito alla solitudine in cui era costretto a vivere, lontano dalla sua  famiglia per motivi di lavoro, e poi glielo avevano affittato ad un prezzo bassissimo, del quale non si era mai capacitato. Di solito Giambattista lavorava da casa, era in "telelavoro", come si soleva dire nella sua azienda, così erano rare le occasioni in cui passava il ponte per recarsi in ufficio, ma quella sera era stata un'occasione speciale.

Gli avevano dato un elenco di 182 nomi, con 182 indirizzi mail e 182 files da allegare, uno per ciascuna mail. Gli avevano detto di attendere che gli arrivasse il via libera, prima di iniziare a mandare le e-mail. Così, dopo che l'ultimo impiegato fu uscito dai cancelli di via Anagnina, Giambattista ricevette la telefonata, un unica parola: "Inizia!". E Giambattista iniziò, un nome dopo l'altro, una mail dopo l'altra, perfettamente conscio di cosa significassero quelle lettere, anche se cercava di non pensarci. Ma ad ogni click sul tasto di invio gli sembrava di udire uno schiocco secco, un vociare di folla esaltata ed un crepitio, come di ceffoni affibbiati sulla faccia di un bambino. 

Andò avanti così, per quattro ore, un click dopo l'altro, cercando di non pensare che quei segnali elettrici generati dalla pressione del suo dito indice sul mouse si sarebbero tramutati in disperazione nelle case e nelle famiglie in cui quelle mail sarebbero arrivate, di notte, come i ladri. Andò avanti così, per quattro ore, fin quando non arrivò alla fine della lista. Allora alzò il telefono, compose il numero e pronunciò una sola parola :"Fatto." Si alzò e uscì dall'ufficio, ma non prese la sua macchina quella calda sera di luglio, non se la sentiva di guidare. Prese la metropolitana, scese vicino alla scalinata di Trinità de' Monti e si incamminò verso quell'osteria.

A tutto questo stava ripensando Giambattista quella sera, steso insonne sul letto nel suo monolocale in vicolo del Campanile, non riuscendo a togliersi dalla mente quel vociare, quel rumore di schiaffi. Così, mentre le mura della sua stanza gli giravano intorno senza sosta, sullo sfondo buio della porta gli parve di intravedere una sorta di mantello rosso mentre una nenia, una filastrocca da bambini, sembrava scendere dal soffitto, ripetendo senza fine, senza fine...
Sega, sega, Mastro Titta
'na pagnotta e 'na sarsiccia;
una a me, una a te,
una a mammeta che so' tre!



28 luglio 2017

27 giugno 2017

L'ultimo principe

E' morto il giurista Stefano Rodotà, una vita nelle battaglie per i diritti



1 giugno 2017

8 marzo 2017

La metà giusta del cielo




Zorro, Tarzan, Mandrake? Ma a cosa vi sarebbero serviti?